Cultural Heritage, che cosa?

Breve introduzione sul “Cultural Heritage”, con uno sguardo all’Italia.

Che cos’è il “Cultural Heritage”? Secondo le parole del cardinale Giuseppe Maria Doria Pamphilj (1802):

“… preziosi avanzi della culta Antichità forniscono alla Città di Roma un ornamento, che la distingue tra tutte le altre più insigni Città dell’Europa; somministrano i Soggetti li più importanti alle meditazioni degli Eruditi, ed i modelli, e gli esemplari i più pregiati agli Artisti, per sollevare li loro ingegni alle idee del bello, e del sublime…”

Per il futurista Marinetti, sulle pagine del Figaro (1909):

“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.”

Per Charles-Edouard Jeanneret-Gris, in arte Le Corbusier (1933):

“La vita di una città è un evento in corso, che si manifesta attraverso i secoli delle opere materiali, tracce o costruzioni che gli conferiscono una propria personalità e ne svelano poco a poco la sua anima…”

Il concetto di Cultural Heritage (tradotto “patrimonio culturale”) ha subito nella storia continue evoluzioni, come anche quello di cultura. Oggi ci sono due grandi agenzie deputate alla conservazione e protezione del patrimonio culturale mondiale. La prima, e più conosciuta, è l’UNESCO. La seconda, molto meno conosciuta è l’ICOMOS. Queste due agenzie hanno deciso di dividere il Cultural Heritage in due grandi gruppi:

  1. Tangible cultural heritage (patrimonio culturale materiale)
  2. Intangible cultural heritage (patrimonio culturale immateriale)

Va considerato che l’UNESCO, nella Convenzione del 1972, all’articolo 1 che definisce il Patrimonio Culturale, prende in considerazione unicamente i beni materiali; solo negli anni successivi inizia a porre attenzione anche agli aspetti intangibili della cultura, al fine di promuovere la ricchezza delle diversità culturali, in qualsiasi forma ed espressione.

Solo nel 2003, a Parigi, con l’adozione della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, che riconosce come “gli accordi, le raccomandazioni e le risoluzioni esistenti relative ai beni culturali e naturali necessitano di essere effettivamente arricchiti e completati per mezzo di nuove disposizioni relative al patrimonio culturale immateriale“.

Per patrimonio culturale materiale si intendo oggetti fisici prodotti, conservati e trasmessi all’interno di una società di generazione in generazione. Esso comprende creazioni artistiche, patrimonio architettonico come edifici e monumenti, e tutti gli altri prodotti fisici che sono investiti di significato culturale in una società.

L’Art.2 della Convenzione, precedentemente citata del 2003, descrive il patrimonio immateriale come “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.

Come è possibile vedere dall’elenco, il patrimonio materiale italiano, con i suoi 47 siti riconosciuti, dal primo che fu nel 1979 “l’arte rupestre della Valcamonica”, all’ultimo nel 2015 “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale”,  è molto presente e riconosciuto dall’UNESCO, ancora invece da sviluppare i riconoscimenti per quanto riguarda il patrimonio immateriale italiano, che conta 7 riconoscimenti tra cui l’opera dei Pupi siciliani (2008), Liutai di Cremona (2012) e anche la dieta mediterranea (2010).

Sito Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO

Sito ICOMOS

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